Enzo Ferrari

Enzo Ferrari: L’Uomo Dietro gli Occhiali Scuri

Quando pensiamo a Enzo Ferrari, vediamo il mito: il Commendatore, il Drake, l’uomo che ha trasformato il rosso in un simbolo mondiale. Ma dietro quegli occhiali scuri impenetrabili che non si toglieva mai, dietro quella maschera di autorità e distacco, c’era un uomo fatto di contraddizioni struggenti, di solitudini profonde, di “gioie terribili” come lui stesso le chiamò.

Questa non è la solita biografia. È il racconto di un ragazzo che vendette la casa di famiglia a vent’anni per comprarsi un’auto da corsa. Di un padre che perse due figli e che per proteggersi dal dolore smise di guardare le gare del circuito. Di un uomo che sognava di fare il tenore d’opera ma che aveva poca voce, e che si consolò creando una sinfonia meccanica che ancora oggi fa vibrare i cuori di milioni di persone.

Il ragazzo che rimase bloccato nell’Ascensore

Tutto cominciò male. Era il 1919, Enzo Ferrari aveva ventun anni e si presentava per la seconda volta in una gara, la Targa Florio. La mattina della partenza rimase bloccato nell’ascensore dell’albergo. Quando finalmente riuscì a liberarsi e arrivò al traguardo, il pubblico e i cronometristi erano già andati via.

Per molti sarebbe stato solo un episodio sfortunato da dimenticare. Per Enzo Ferrari divenne un segnale del destino. Da quel giorno non prese mai più un ascensore. Mai. E nemmeno un aereo. E nemmeno un treno. Chi voleva vederlo doveva andare a Maranello, perché lui non si muoveva. Non per paura di volare, come diceva lui stesso, ma “per paura di non tornare a volare”. Doveva sempre rientrare a dormire nel suo letto, a Maranello, il suo regno dove si sentiva al sicuro.

Questa non era superstizione. Era il bisogno di controllo di un uomo che aveva visto troppo presto quanto la vita potesse essere crudele e imprevedibile.

Solo, povero e infreddolito a Torino

Nel 1918, appena ventenne, Enzo Ferrari aveva già perso il padre Alfredo e il fratello Alfredo junior, morti a distanza ravvicinata. La piccola officina di carpenteria metallica della famiglia era fallita. Enzo si ritrovò solo, senza soldi, senza prospettive.

Si trasferì a Torino sperando di essere assunto alla FIAT. Ricevette un cortese diniego. Camminava per le strade gelide della città, povero e infreddolito, quando incontrò Laura Garello, che sarebbe diventata sua moglie. Fu lei, la donna che avrebbe condiviso con lui cinquant’anni di vita, a suggerirgli: “Ferrari, come ha fatto Bugatti con la sua”. Fu lei a crederci prima ancora che lui stesso credesse nella possibilità.

Con Laura ebbe un figlio, Dino, che chiamò Alfredo come il padre e il fratello perduti. Ma il destino, crudele, gliene portò via anche questo. Dino morì a ventiquattro anni, nel 1956, per distrofia muscolare. Enzo Ferrari non si riprese mai completamente da questo dolore. Molti anni dopo, quando fondò la casa automobilistica che conosciamo, chiamò “Dino” una delle sue creature più belle, perché almeno il nome del figlio potesse continuare a correre.

I Tre Sogni di Riserva

“La mia adolescenza ha conosciuto tre passioni dominanti: tenore d’operetta, giornalista sportivo, corridore d’automobile. Il primo sfumò per mancanza di voce, il secondo resistette, ma in forma velleitaria; il terzo ebbe il suo corso, la sua evoluzione. È sempre bene avere dei sogni di riserva”.

Questa frase dice molto di Enzo Ferrari. Era un sognatore pragmatico, uno che non si arrendeva ma sapeva adattarsi. Voleva cantare nei teatri, ma la voce non c’era. Allora scrisse di sport, collaborando con giornali locali. Ma la penna non bastava. Aveva bisogno di velocità, di motori, di rischio.

Divenne pilota, ma non fu mai un grande pilota. Vinse qualche gara locale, ma capì presto che il suo talento non stava al volante, ma nella capacità di organizzare, persuadere, scegliere gli uomini giusti. “Sono un arrangiatore di uomini, non un designer”, disse una volta. E aveva ragione.

L’Ingegnere Che Non Studiò Mai

Lo chiamavano “Ingegnere”, e lui odiava questo appellativo. Non aveva studiato quasi nulla, aveva imparato tutto nell’officina del padre, sporcandosi le mani di grasso, smontando e rimontando pezzi. Lo studio, ai suoi tempi, era roba per ricchi. Lui era un ragazzo di periferia, nato in una modesta casa alla periferia di Modena durante una bufera di neve tale che il padre poté registrarlo all’anagrafe solo due giorni dopo.

Eppure, senza laurea, senza titoli, costruì un impero. Il suo genio non stava nei libri ma nell’istinto, nella capacità di sentire se una macchina aveva l’anima o no. Credeva che ogni automobile avesse un’anima, e che il compito del costruttore fosse liberare quella essenza. Una visione quasi mistica della meccanica.

Gli Occhiali Scuri: Un Vetro Tra Lui e il Mondo

Sergio Castellitto, che lo interpretò in un film, disse: “Se penso a Enzo Ferrari penso ai suoi occhiali scuri, a quello sguardo bruno con cui decise di guardare e farsi guardare dal mondo. Un vetro scuro che modifica tutto ciò che lo circonda: il rosso delle sue macchine, i piloti, le donne, i suoi figli. Ma anche l’abbigliamento della gloria e la polvere dell’insuccesso”.

Quegli occhiali erano una protezione. Ferrari diceva: “Non voglio dare agli altri la possibilità di leggermi negli occhi”. Dietro quel vetro scuro si nascondeva un uomo che aveva troppo sofferto, che aveva visto morire troppi piloti, troppi amici, troppi figli (biologici e sportivi).

Gli occhiali scuri erano il muro che aveva costruito tra sé e il dolore del mondo. Ma erano anche una prigione di solitudine. Come disse ancora Castellitto: “Quel vetro lo protesse, ma gli impose una solitudine che solo gli uomini di grande carattere sono in grado di sopportare”.

Il peso insopportabile delle morti

Nel 1957 avvenne la tragedia di Guidizzolo durante la Mille Miglia. Alfonso de Portago, pilota spagnolo della Ferrari, perse il controllo della sua auto che si schiantò tra la folla uccidendo lui, il navigatore e nove spettatori, tra cui cinque bambini.

Enzo Ferrari venne processato per omicidio colposo. Fu assolto, ma quella vicenda lo segnò per sempre. Da quel momento smise quasi completamente di seguire le gare del circuito. Rimaneva a Maranello, nel suo ufficio, con un monitor che mostrava il box e aspettava i resoconti telefonici.

“Molte persone quando parlano di Enzo Ferrari, dicono: un grande uomo ma… Lasciano intendere qualche elemento negativo”, raccontò Jacky Ickx. “Io non sono tra questi. Di Enzo Ferrari ricordo la tenerezza nei miei confronti, le opportunità e gli insegnamenti che mi ha regalato. Ho compreso più tardi quanto fosse necessario per lui tenere una distanza dai suoi piloti. Molti ragazzi che avevano corso per la Ferrari erano morti in pista, doveva proteggersi, guardare le gare dal suo ufficio, lontano da quelle gioie terribili che conosceva bene”.

Ecco spiegato il titolo della sua autobiografia: “Le mie gioie terribili”. Ogni vittoria portava con sé il peso della possibile tragedia. Ogni pilota che vinceva era un figlio che domani poteva morire. Ferrari amava quelle macchine e quegli uomini, ma sapeva che prima o poi avrebbe dovuto piangerli. E pianse. Tanto. In silenzio, dietro gli occhiali scuri.

Il Carattere Impossibile e le Liti Quotidiane

Enzo Ferrari aveva un carattere difficile, questo è poco ma sicuro. Con Mauro Forghieri, il giovane ingegnere che nominò a ventiquattro anni responsabile di tutta la parte tecnica (una follia secondo molti, un colpo di genio secondo la storia), le liti erano quotidiane.

“Spesso si arrabbiava con lui”, racconta la cronaca, “togliendolo dal reparto di F1 e mettendolo alle GT. Poi dopo qualche giorno ridiscutevano e Mauro tornava al suo posto”. Ferrari aveva installato un pulsante nella sua scrivania: quando lo premeva, scattava un allarme e Forghieri doveva correre nel suo ufficio. Si racconta che, anche con porte e finestre chiuse, la sua voce e le sue grida facevano tremare tutto.

Ma c’era anche tenerezza, protezione, generosità verso chi dimostrava lealtà. Mauro Forghieri stesso ricorda: “Mi ha chiamato nel suo ufficio e ha detto: ‘Ora sei responsabile di tutte le attività e dei test del motorsport’.’ Gli ho chiesto: ‘Sei pazzo? Non ho esperienza!’ Ma Enzo Ferrari ha risposto: “Guarda, fai il tuo lavoro e io mi occuperò del resto” .

Era un uomo che decideva d’istinto, che si fidava del suo sesto senso anche quando tutti gli dicevano che stava sbagliando. E spesso aveva ragione.

La Grande Rivolta del 1961 e Laura

Nel 1961 accadde un fatto che rivela molto del clima in Ferrari. Il Direttore Tecnico Carlo Chiti entrò nell’ufficio del Commendatore con una lettera: le sue dimissioni e quelle di sette colleghi ingegneri. Tutti insieme. Una rivolta.

Chiti era in una posizione di forza: aveva curato le macchine con cui Ferrari aveva vinto due mondiali. Ma lui e i colleghi erano esasperati. Dalle critiche continue… della signora Ferrari. Laura, la moglie, stava invecchiando e aveva cominciato a dare opinioni su tutto, anche sulla parte tecnica che non le competeva.

Ferrari li lasciò andare tutti. Non piegò la testa. La Ferrari era sua, e nessuno, nemmeno i migliori ingegneri, poteva dettargli le regole. Per lui la porta d’uscita era sempre aperta. E ogni decisione era irremovibile.

Questo comportamento gli costò talenti, gli alienò simpatie, ma costruì anche il mito di un uomo che non scendeva a compromessi, che metteva la Ferrari sopra ogni cosa.

Gli spaghetti con la fiamma ossidrica

Durante un Gran Premio, i meccanici erano in ritardo. Invece di andare al ristorante, recuperarono un pentolone, fecero bollire l’acqua con la fiamma ossidrica e cucinarono spaghetti al pomodoro lì in officina.

Al ritorno dalla gara, Ferrari si accorse che la nota spese era sensibilmente più bassa. Compiaciuto della trovata, istituì il motor home, il regno dei cuochi su ruote. Ingaggiò Luigi Montanini, detto “Pasticcino”, che cucinò per tutti negli anni e che oggi è patron dell’omonimo ristorante a Castelnuovo Rangone.

Se il carattere di Ferrari non era tipicamente modenese (era solitario, scontroso, non il classico emiliano buontempone), lo erano i suoi gusti a tavola: tortellini, lambrusco, aceto balsamico, gnocco fritto. Rimaneva legato alle radici, anche quando il mondo lo celebrava.

Il giorno che seminò Mussolini

Un aneddoto curioso racconta che una volta Ferrari, dovendo fare da battistrada a Mussolini a bordo di una Ferrari rossa sui tornanti dell’Appennino, lo seminò. Il Duce rimase indietro, Ferrari arrivò prima. Non si sa se fu un gesto deliberato o semplicemente l’istinto del corridore che non sa resistere alla tentazione di andare forte. Conoscendo Ferrari, probabilmente la seconda.

Lamborghini e la Frizione

Quando Ferruccio Lamborghini, che all’epoca costruiva trattori, andò da Ferrari a lamentarsi del malfunzionamento della frizione della Ferrari che aveva appena comprato, il Commendatore ebbe la proterbia di dirgli: “Io costruisco macchine sportive, tu trattori”.

Fu quella frase a indurre Lamborghini a fabbricare le proprie automobili sportive, dando vita a uno dei marchi più iconici del mondo. Ferrari, con la sua arroganza, aveva creato involontariamente il suo più grande competitor. E probabilmente, nel profondo, ne fu anche compiaciuto. Amava la competizione.

L’Uomo che Elaborava le Fiat

Anche dopo gli ottanta anni Ferrari non aveva abbandonato lo spirito che lo accompagnava fin da quando gareggiava come pilota. Per l’uso quotidiano acquistava auto di serie: una Fiat 124, una Fiat Ritmo, un’Alfa 164. Ma aveva il vizio di farle elaborare.

Le affidava ai tecnici del Reparto Esperienze della FIAT, faceva sostituire carburatori, modificare il motore, potenziare l’impianto frenante, migliorare le sospensioni. Guidava berline che sembravano normali ma che nascondevano l’anima da corsa. Anche nella vita quotidiana, Ferrari cercava la perfezione, la velocità, il controllo.

Tazio Nuvolari: “Come Quello Là Non Ne Nasceranno Più”

Tra tutti i piloti che passarono per la Ferrari, quello che Enzo amò di più fu Tazio Nuvolari. Lo definì “un prodigio insuperato dell’istinto ai limiti delle possibilità umane e delle leggi fisiche”.

Quando Nuvolari morì, l’11 agosto 1953, Ferrari partì subito per Mantova. Si perse nel dedalo di stradine della vecchia città. Scese dall’auto, chiese indicazioni a un negozio di stagnino. Ne uscì un anziano operaio che, prima di rispondere, fece il giro della macchina per leggere la targa. Capì chi era. Prese la mano di Ferrari e la strinse con calore, si commosse. “Grazie d’essere venuto”, gli bisbigliò, “come quello là non ne nasceranno più”.

Ferrari non dimenticò mai quelle parole. E aveva ragione quell’operaio: come Nuvolari non ne nacquero più. Ma nemmeno come Ferrari.

Il Senatore Che Non Fu Mai

Enzo Biagi e Indro Montanelli proposero più volte al Presidente della Repubblica di nominare Ferrari senatore a vita. Il Presidente Pertini si giustificò dicendo: “Uno come Ferrari non ha bisogno del laticlavio”.

Aveva ragione. Ferrari non aveva bisogno di titoli. Il suo nome era già più importante di qualsiasi carica. Ma è curioso pensare che questo ragazzo di periferia, senza studi, che aveva venduto la casa di famiglia per comprarsi un’auto da corsa, fosse arrivato a essere considerato degno del Senato della Repubblica.

Ferrari fu anche, per un breve periodo, dirigente della squadra del Modena Calcio, di cui era tifoso. Anche lì portò la sua passione, il suo carattere impossibile, la sua voglia di vincere.

L’Ultimo Scherzo ai Giornalisti

All’alba del 14 agosto 1988, vigilia di Ferragosto, Enzo Ferrari morì. Aveva novant’anni. Per sua stessa volontà, la notizia fu tenuta segreta. Aveva dato ordine ai cari e ai fidati collaboratori di comunicarla solo ad esequie avvenute.

I funerali si tennero il giorno di Ferragosto, in forma privata, nel cimitero di San Cataldo a Modena. C’erano poche persone: Lina Lardi (la sua compagna degli ultimi anni), il figlio Piero, pochi fedelissimi. I giornalisti, non molto amati da Ferrari, poterono pubblicare la notizia solo il 16 agosto, due giorni dopo.

Fu l’ultimo scherzo del Drake alla stampa. Anche nella morte, Ferrari controllava i tempi, decideva quando e come dare la notizia. Coerente fino all’ultimo.

L’Eredità Umana

Novant’anni dopo la sua nascita, il nome Ferrari è il brand automobilistico più famoso al mondo. Le sue auto sono opere d’arte che valgono milioni. La Scuderia Ferrari è la squadra più titolata della storia della Formula 1.

Ma l’eredità più grande di Enzo Ferrari non sono le vittorie o le macchine. È aver dimostrato che si può partire dal nulla e costruire un impero. Che la passione, se coltivata con ossessione e sacrificio, può superare qualsiasi ostacolo. Che si può trasformare il dolore in bellezza, la solitudine in forza, le gioie terribili in leggenda immortale.

Era un uomo difficile, autoritario, solitario. Ma era anche capace di tenerezza, di intuizioni geniali, di proteggere chi gli era fedele. Era un uomo che si era fatto da solo, partendo da una modesta officina durante una bufera di neve, e che aveva trasformato il rosso in un simbolo mondiale.

Dietro gli occhiali scuri c’era semplicemente un uomo. Con le sue paure (gli ascensori, gli aerei), i suoi dolori (i figli morti, i piloti perduti), i suoi sogni falliti (il tenore, il giornalista) e quello realizzato oltre ogni immaginazione: diventare Enzo Ferrari.

“Io non ho alcun diverso interesse dalla macchina da corsa”, disse una volta. L’automobile gli aveva tolto il tempo e il gusto per quasi ogni altra cosa. Ma in cambio gli aveva dato l’immortalità.

Oggi, ogni volta che una Ferrari rossa sfreccia su un circuito, c’è l’eco di quella vita. Il ruggito del motore è la voce che Enzo non ebbe per cantare. La velocità è la fuga da un destino crudele. Il rosso è il colore della passione che brucia anche quando tutto intorno è buio.

E quegli occhiali scuri, quelli li ha tolti solo alla fine, quando finalmente ha potuto dire tutta la verità. Che probabilmente se l’era sempre detta, con o senza occhiali, con o senza macchine, con o senza figli. La verità di un uomo che aveva trasformato le sue gioie terribili in bellezza eterna.

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Articolo pubblicato da Stiletricolore

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