Ci sono scrittori che raccontano storie e scrittori che scavano nella verità. Leonardo Sciascia apparteneva alla seconda categoria. Con la penna affilata come un bisturi e lo sguardo lucido di chi non accetta compromessi, Sciascia ha indagato i misteri, le ipocrisie e le contraddizioni della società italiana del Novecento, partendo sempre dalla sua Sicilia ma arrivando a toccare le coscienze di un intero Paese.
Maestro elementare diventato uno degli intellettuali più rispettati del suo tempo, Sciascia ha costruito un’opera letteraria unica, dove il giallo si fa strumento di critica sociale, dove la Storia diventa romanzo e il romanzo diventa inchiesta sulla realtà. La mafia, la giustizia, il potere, la Chiesa, la politica: nessun tema scottante gli era estraneo, nessuna verità scomoda troppo pericolosa da dire.
A oltre trent’anni dalla sua morte, avvenuta nel 1989, le parole di Sciascia risuonano ancora attuali, profetiche, necessarie. Scopriamo insieme la vita, le opere e il pensiero di questo grande siciliano che ha fatto della letteratura un’arma di verità.
La Vita: Dal Cuore della Sicilia al Centro del Dibattito Nazionale
Le Origini: Racalmuto
Leonardo Sciascia nacque l’8 gennaio 1921 a Racalmuto, piccolo paese dell’entroterra siciliano in provincia di Agrigento. Non la Sicilia turistica delle coste e dei templi greci, ma quella povera, aspra, delle miniere di zolfo e dei campi aridi bruciati dal sole. Quella Sicilia che Sciascia avrebbe raccontato per tutta la vita, facendone il microcosmo dove osservare le dinamiche del potere, dell’ingiustizia, dell’omertà.
Il padre lavorava nell’amministrazione di una miniera di zolfo, la madre era casalinga. La famiglia apparteneva alla piccola borghesia di paese, quel ceto che pur non essendo ricco aveva accesso all’istruzione e coltivava l’ambizione di riscatto sociale attraverso lo studio.
La Formazione
Sciascia studiò presso l’Istituto Magistrale di Caltanissetta, diplomandosi maestro elementare nel 1941, in piena Seconda Guerra Mondiale. La scelta della professione di insegnante non fu casuale: in Sicilia, per un giovane colto ma senza patrimoni, la strada del maestro o del professore era una delle poche vie di ascesa sociale possibili.
Durante gli anni della formazione, Sciascia divorò libri. Lettore onnivoro e curioso, si nutriva di tutto: i classici italiani, i francesi (Stendhal soprattutto, che rimarrà un riferimento costante), gli spagnoli del Siglo de Oro, i romanzieri siciliani come Pirandello e Verga. Ma anche i giallisti: Simenon, che influenzerà profondamente il suo stile, e i polizieschi americani.
Il Maestro Elementare
Dal 1949 al 1957 Sciascia insegnò nelle scuole elementari di Racalmuto e dei paesi vicini. Furono anni importanti: a contatto quotidiano con i bambini poveri della Sicilia contadina, Sciascia vedeva da vicino le ingiustizie sociali, l’ignoranza imposta come strumento di controllo, il peso della tradizione che soffocava ogni spinta al cambiamento.
In quegli anni iniziò a scrivere. Prima articoli per riviste locali, poi racconti, infine il suo primo libro: “Le parrocchie di Regalpetra” (1956), un affresco della società siciliana del dopoguerra vista attraverso gli occhi del maestro. Il titolo giocava sull’ambiguità: “parrocchie” nel senso di comunità ecclesiali, ma anche di territori di influenza, piccoli feudi di potere.
Il Salto: Da Maestro a Scrittore
Il successo del primo libro, seguito nel 1961 da “Il giorno della civetta”, permise a Sciascia di lasciare l’insegnamento e dedicarsi completamente alla scrittura. Si trasferì a Palermo, pur mantenendo sempre la casa di Racalmuto dove tornava regolarmente, come un albero che non può staccarsi dalle radici.
Gli anni ’60 e ’70 furono di intensa produzione letteraria e di crescente impegno civile. Sciascia divenne una voce ascoltata nel dibattito pubblico italiano: sui giornali, in televisione, nelle conferenze. La sua posizione era scomoda: di sinistra ma critico verso il PCI, laico ma rispettoso della cultura cattolica, siciliano ma lontano da ogni folklore, antimafia ma diffidente verso certe retoriche.
L’Impegno Politico
Nel 1975 fu eletto consigliere comunale a Palermo nelle liste del PCI, ma l’esperienza durò poco: deluso dalla politica dei partiti, dalle logiche di potere che riproducevano ciò che criticava, si dimise.
Nel 1979 fu eletto al Parlamento Europeo come indipendente nelle liste del Partito Radicale, alleanza che testimoniava la sua adesione ai valori libertari, garantisti, antiproibizionisti del partito di Pannella. Fu anche consigliere comunale di Palermo dal 1975 al 1977.
L’esperienza politica lo deluse profondamente. La politica vera, quella dei compromessi e degli equilibri di potere, era lontana dall’idea di politica come servizio e ricerca della verità che Sciascia coltivava.
Gli Ultimi Anni
Gli anni ’80 furono segnati dalla malattia. Nel 1988 gli fu diagnosticato un mieloma multiplo, tumore del sangue incurabile. Sciascia affrontò la malattia con la stessa lucidità con cui aveva affrontato la vita: senza illusioni, senza autocommiserazione, continuando a scrivere fino alla fine.
Morì il 20 novembre 1989 a Palermo, nella sua casa di via Dante. Aveva 68 anni. Volle essere sepolto nel cimitero di Racalmuto, ritornando alla terra che non aveva mai veramente lasciato.
Le Opere: Il Giallo come Strumento di Verità
Il Giorno della Civetta (1961): Il Romanzo Fondativo
Con “Il giorno della civetta” Sciascia inventa un nuovo genere: il giallo siciliano antimafia. Prima di questo romanzo, la mafia era un argomento tabù nella letteratura italiana. Si sapeva che esisteva, ma non se ne parlava. Sciascia rompe il silenzio.
La trama è apparentemente semplice: il capitano dei carabinieri Bellodi indaga sull’omicidio di un piccolo imprenditore edile che si era rifiutato di pagare il pizzo. L’indagine lo porta a scoprire una rete di complicità che lega mafia, politica, imprenditoria. Bellodi è un settentrionale razionale, cresciuto nella cultura dell’uguaglianza davanti alla legge. In Sicilia scopre un altro mondo, dove la legge è quella del più forte, dove l’omertà è un valore, dove la verità è pericolosa.
Il romanzo si conclude amaramente: Bellodi viene trasferito al Nord, l’indagine insabbiata, i mafiosi tornano liberi. È una sconfitta, ma Sciascia non cerca il lieto fine. Cerca la verità.
Frasi celebri:
“La mafia non è affatto invincibile; è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un principio e avrà anche una fine.”
Il libro fece scandalo. Molti siciliani si offesero, accusando Sciascia di infangare la Sicilia. Ma molti altri videro finalmente nominato ciò che tutti sapevano ma nessuno diceva.
A Ciascuno il Suo (1966): Il Male Banale
In questo romanzo, l’avvocato Manno e il farmacista Roscio ricevono lettere anonime che li minacciano. Poco dopo, entrambi vengono uccisi. Il professore Laurana, amico di Manno, decide di indagare per conto proprio, spinto da un ingenuo senso di giustizia.
Laurana scopre che dietro i delitti c’è un intreccio di interessi economici, passioni mesquine, connivenze. Ma quando è sul punto di smascherare i colpevoli, viene a sua volta eliminato. Il male vince, non per forza superiore ma per la debolezza dei buoni, per l’indifferenza dei più.
Il titolo è tratto da un’espressione del linguaggio mafioso: “a ciascuno il suo”, cioè a ciascuno quello che si merita, quello che gli spetta. Ma è anche una riflessione amara sulla giustizia: in una società malata, ciascuno ottiene non ciò che merita ma ciò che il potere decide di dargli.
Il Contesto (1971): Moro, la DC e le Ambiguità
Questo romanzo-saggio è una riflessione sul caso Moro prima che il caso Moro accadesse. Sciascia immagina un’Italia dove i servizi segreti deviati, la massoneria coperta, gli interessi americani, le trame democristiane si intrecciano in un groviglio inestricabile.
Quando nel 1978 Aldo Moro fu davvero rapito e ucciso dalle Brigate Rosse, molti rividero questo libro con occhi diversi. Sciascia non aveva previsto il futuro, ma aveva capito il presente meglio di chiunque altro.
Todo Modo (1974): La DC e il Potere
Ambientato in un eremo dove i democristiani si riuniscono per esercizi spirituali, il romanzo è una satira feroce della Democrazia Cristiana, del suo intreccio di religione e potere, di spiritualità e cinismo.
I politici pregano e complottano, si confessano e tramano omicidi. Uno dopo l’altro vengono uccisi, ma non si capisce da chi. Il finale è aperto, ambiguo, inquietante.
Dal romanzo fu tratto nel 1976 un film diretto da Elio Petri con Gian Maria Volonté e Marcello Mastroianni, che accentuò ancora di più la carica critica dell’opera.
L’Affaire Moro (1978): L’Inchiesta Civile
Dopo il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, Sciascia scrisse questo saggio-inchiesta dove analizzava con lucidità disarmante tutte le incongruenze, i misteri, le zone d’ombra della vicenda.
Sciascia non credeva alla versione ufficiale. Troppi dettagli non tornavano, troppi depistaggi, troppi silenzi. Senza accusare nessuno direttamente (non era il suo stile), poneva domande scomode che ancora oggi attendono risposta.
Una Storia Semplice (1989): L’Ultimo Capolavoro
Pubblicato pochi mesi prima della morte, questo breve romanzo è il testamento letterario di Sciascia. Un brigadiere dei carabinieri indaga su quello che sembra un suicidio ma che si rivela essere un omicidio legato al traffico di droga e alle complicità istituzionali.
Il titolo è ironico: non c’è nulla di semplice in questa storia, come non c’è nulla di semplice nella realtà italiana che Sciascia aveva raccontato per tutta la vita. Ma il brigadiere, uomo semplice e onesto, riesce comunque a trovare la verità, anche se questa verità è destinata a rimanere nascosta.
Il Pensiero: Un Illuminista in Sicilia
La Ragione come Arma
Sciascia si definiva un illuminista, erede di Voltaire e dell’Enciclopedia. In un’epoca di ideologie totalizzanti, lui credeva nella ragione, nel dubbio metodico, nella necessità di verificare sempre le fonti, di non accettare nulla per fede.
La sua opera è un continuo esercizio di critica razionale applicata alla realtà. Non cercava lo scandalo, cercava la verità. Non voleva denunciare per il gusto di denunciare, voleva capire i meccanismi del potere per smontarli.
La Sicilia come Metafora
Per Sciascia, la Sicilia era la metafora dell’Italia, e l’Italia la metafora dell’Occidente. I mali siciliani (mafia, clientelismo, omertà, familismo) non erano specifici dell’isola, ma forme concentrate di mali universali.
Raccontando la Sicilia, Sciascia parlava del mondo. Per questo i suoi romanzi sono stati tradotti in decine di lingue e letti come analisi della condizione umana, non come semplice cronaca locale.
Il Garantismo
Sciascia fu sempre garantista, difensore dei diritti degli accusati, contrario alla giustizia sommaria e al giustizialismo. Questa posizione gli costò attacchi feroci, soprattutto negli anni di piombo quando l’opinione pubblica chiedeva giustizia rapida contro i terroristi.
Ma Sciascia non cedeva: senza garanzie processuali, senza rispetto dei diritti, la giustizia diventa vendetta. È una democrazia che rinuncia alle garanzie, smette di essere democrazia.
La Solitudine dell’Intellettuale
Sciascia incarnava la figura dell’intellettuale scomodo: non allineato, non organico a nessun partito, libero di dire ciò che pensava anche quando dispiaceva ai suoi stessi amici.
Questa libertà aveva un prezzo: la solitudine. Attaccato da destra per le sue posizioni anticlericali e antimafia, criticato da sinistra per il suo anticomunismo e il suo garantismo, Sciascia rimase spesso isolato. Ma non si piegò mai.
Lo Stile: L’Eleganza della Semplicità
Lo stile di Sciascia è inconfondibile: frasi brevi, asciutte, precise. Nessun barocchismo, nessuna concessione al lirismo o al folklore siciliano. Una prosa lucida, geometrica, che ricorda i moralisti francesi del Settecento.
Le descrizioni sono ridotte al minimo. Ciò che conta è il dialogo, il ragionamento, l’analisi. I personaggi pensano, dubitano, cercano di capire. Anche quando agiscono, l’azione è sempre subordinata al pensiero.
Questa essenzialità rende i romanzi di Sciascia perfettamente rilegibili a distanza di decenni. Non invecchiano, perché non dipendono da mode letterarie ma da una visione del mondo.
Curiosità e Aneddoti
L’Amore per Stendhal
Sciascia considerava Stendhal il più grande romanziere di tutti i tempi. Lo aveva letto e riletto in francese, e ne ammirava la capacità di coniugare narrazione e analisi, passione e ragione. Molti critici hanno notato l’influenza stendhaliana nello stile sciasciano.
Il Rapporto con Pasolini
Leonardo Sciascia e Pier Paolo Pasolini si stimavano reciprocamente, pur avendo visioni diverse. Pasolini era più profetico, apocalittico, ideologico. Sciascia è più razionale, scettico, illuminista. Si scambiarono lettere e articoli, dialogando pubblicamente su temi cruciali come la funzione dell’intellettuale, il rapporto con il potere, il destino dell’Italia.
La Polemica sul “Teorema di Sciascia”
Negli anni ’80, Sciascia formulò il “teorema della doppia verità” a proposito di alcuni processi di mafia: sosteneva che in certi casi le sentenze riflettessero non la verità dei fatti ma una verità processuale costruita su pentiti e testimoni interessati.
La polemica fu feroce. Lo accusarono di essere filomafioso, di delegittimare i magistrati impegnati nell’antimafia. Sciascia rispose con fermezza: criticare gli errori della giustizia non significa difendere i mafiosi, significa difendere la verità.
Il Rifiuto dei Premi
Sciascia rifiutò diversi premi letterari importanti, considerandoli espressioni di logiche di potere letterario che non condivideva. Accettava solo quelli che gli permettevano di mantenere la propria libertà intellettuale.
La Biblioteca Personale
Sciascia possedeva una biblioteca di oltre 7.000 volumi, molti annotati di suo pugno. Dopo la morte, la biblioteca fu donata al Comune di Racalmuto, che la conserva nella “Fondazione Leonardo Sciascia” insieme all’archivio dello scrittore.
Cinema e Televisione
Diversi romanzi di Sciascia furono trasposti in film:
- “A ciascuno il suo” (1967) di Elio Petri
- “Il giorno della civetta” (1968) di Damiano Damiani
- “Todo modo” (1976) di Elio Petri
- “Cadaveri eccellenti” (1976) di Francesco Rosi, tratto da “Il contesto”
L’Eredità: Un Maestro Attuale
A trentacinque anni dalla morte, Sciascia rimane attualissimo. I temi che ha trattato – mafia, giustizia, potere, verità – sono ancora centrali nel dibattito pubblico italiano. Le domande che ha posto trovano ancora poche risposte.
La sua lezione principale è il coraggio intellettuale: il coraggio di pensare con la propria testa, di dire ciò che si ritiene vero anche quando è impopolare, di non allinearsi mai per convenienza. In un’epoca di conformismo diffuso, questa lezione è più preziosa che mai.
I suoi romanzi continuano a essere letti, studiati, ristampati. Le nuove generazioni scoprono in lui un maestro che parla ancora al presente, che aiuta a interpretare un’Italia che non ha fatto i conti fino in fondo con i propri demoni.
Racalmuto, il suo paese natale, gli ha dedicato una fondazione che ne custodisce la memoria e promuove la cultura. Ogni anno, studiosi da tutto il mondo si riuniscono lì per discutere dell’opera dello scrittore.
Conclusione: La Verità come Stella Polare
Leonardo Sciascia ha dedicato la vita alla ricerca della verità. Non la Verità assoluta, metafisica, ma la verità dei fatti, quella che si può accertare con l’indagine razionale, con il confronto delle fonti, con il dubbio metodico.
In una società costruita su menzogne, ipocrisie, mezze verità, questa ricerca è un atto rivoluzionario. Sciascia lo sapeva, e per questo ha pagato il prezzo della solitudine e dell’incomprensione.
Ma ci ha lasciato un’opera che è un monumento alla dignità dell’intellettuale, alla funzione civile della letteratura, alla possibilità – fragile ma reale – di resistere al male con l’unica arma davvero efficace: la parola che dice la verità.
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Articolo pubblicato da Stiletricolore





