Ci sono artisti che attraversano la storia lasciando un’impronta indelebile e poi ci sono quei rari geni che con poche opere rivoluzionano completamente il modo di fare arte aprendo strade nuove che altri percorreranno per secoli. Masaccio appartiene a questa seconda categoria ed è ancora più straordinario se pensi che morì a soli ventisette anni lasciando un’eredità artistica che avrebbe influenzato giganti come Michelangelo, Leonardo e Raffaello. La sua vita fu breve come una meteora, ma la luce che emanò illumina ancora oggi chiunque si trovi davanti ai suoi affreschi.
Il suo vero nome era Tommaso di ser Giovanni di Mone Cassai, ma tutti lo chiamavano Masaccio che in toscano significa grosso Tommaso probabilmente per via della sua corporatura robusta o forse per il suo carattere distratto e poco attento alle convenzioni sociali. Nacque nel 1401 a San Giovanni Valdarno, un piccolo borgo tra Firenze e Arezzo, in una famiglia di modeste condizioni. Suo padre era un notaio ma morì quando Tommaso era ancora bambino lasciando la famiglia in difficoltà economiche. Fu la madre a crescerlo insieme al fratello minore che sarebbe diventato anche lui pittore con il soprannome di Scheggia.
Gli Anni della Formazione a Firenze
Non sappiamo molto dei primi anni di formazione di Masaccio, ma è certo che da giovanissimo si trasferì a Firenze, che all’inizio del Quattrocento era il centro artistico e culturale più vivace d’Italia. Era una città in ebollizione dove fiorivano idee nuove dove artisti, architetti, scultori e umanisti si incontravano nelle botteghe e nelle piazze discutendo di arte, filosofia, matematica. L’aria che si respirava a Firenze era quella del cambiamento della riscoperta dell’antichità classica della ricerca di una nuova rappresentazione della realtà.
Masaccio entrò probabilmente nella bottega di qualche maestro del tempo, ma il suo vero apprendistato fu guardare i lavori dei grandi innovatori dell’epoca. Studiò le sculture di Donatello che aveva rivoluzionato la rappresentazione del corpo umano conferendogli un realismo e una forza emotiva mai visti prima. Studiò l’architettura di Brunelleschi che aveva riscoperto le regole della prospettiva scientifica e le aveva applicate alla costruzione della cupola di Santa Maria del Fiore. E da questi due giganti Masaccio assorbì lezioni fondamentali che avrebbe trasferito nella pittura.
Nel 1422 a soli ventun anni si iscrisse all’Arte dei Medici e Speziali, la corporazione a cui appartenevano i pittori fiorentini. Era pronto per cominciare la sua carriera e anche se non poteva saperlo, gli restavano solo cinque anni di vita per cambiare per sempre la storia dell’arte.
La Trinità: Una Rivoluzione Dipinta sul Muro
Una delle prime opere importanti di Masaccio, pittore rinascimentale, è l’affresco della Trinità nella chiesa di Santa Maria Novella a Firenze databile intorno al 1426-1428. Quando ti fermi davanti a quest’opera, la prima sensazione è quella di trovarti di fronte a una finestra aperta su uno spazio reale non su una superficie dipinta. Ed è esattamente questo l’effetto che Masaccio voleva creare utilizzando per la prima volta in modo rigoroso e perfetto la prospettiva lineare centrica in un dipinto.
L’affresco rappresenta la Trinità con Dio Padre che sorregge la croce di Cristo mentre lo Spirito Santo sotto forma di colomba si libra tra loro. Ai lati della croce ci sono la Madonna e San Giovanni e più in basso inginocchiati fuori dallo spazio sacro i due committenti dell’opera. Sotto ancora uno scheletro disteso su un sarcofago con la scritta memento mori, ricordati che devi morire.
Ma quello che rende quest’opera rivoluzionaria non è tanto il soggetto quanto il modo in cui è rappresentato. Masaccio costruisce uno spazio architettonico perfetto, una cappella a volta a botte con colonne corinzie, archi, cassettoni che sembrano esistere realmente dentro il muro. La prospettiva è calcolata matematicamente con un punto di fuga centrale verso cui convergono tutte le linee architettoniche e questo crea un’illusione di profondità talmente convincente che i contemporanei rimasero sbalorditi.
Vasari, che scrisse le biografie dei grandi artisti quasi un secolo dopo, raccontò che quest’opera sembrava bucare il muro e che le figure dipinte apparivano reali come se fossero scolpite non dipinte. Masaccio aveva dimostrato che la pittura poteva competere con la scultura nella rappresentazione del volume e dello spazio tridimensionale e questa era una novità assoluta.

La Cappella Brancacci: Il Capolavoro Assoluto
Ma il vero capolavoro di Masaccio, quello per cui è ricordato nei secoli, sono gli affreschi della Cappella Brancacci nella chiesa del Carmine a Firenze. Questa cappella divenne nei secoli successivi una sorta di scuola per generazioni di pittori che andavano lì a studiare, copiare, imparare dai dipinti del maestro. Michelangelo da ragazzo passava ore davanti a quegli affreschi studiando i corpi, le espressioni, i panneggi e secondo alcune fonti fu proprio lì che un compagno geloso gli ruppe il naso con un pugno sfigurandolo per sempre.
Il ciclo di affreschi racconta storie della vita di San Pietro e fu commissionato dal ricco mercante Felice Brancacci. Masaccio lavorò alla cappella insieme al suo maestro Masolino da Panicale che era più anziano e già affermato, ma fu il giovane allievo a realizzare le scene più innovative e potenti. Il contrasto tra lo stile ancora gotico e decorativo di Masolino e quello rivoluzionario di Masaccio è evidente e ti fa capire quanto fosse avanti il giovane artista rispetto al suo tempo.
La scena più famosa e più studiata è quella del Tributo con San Pietro che per ordine di Cristo paga il tributo al gabelliere pescando una moneta dalla bocca di un pesce. Masaccio rappresenta tre momenti diversi della storia nello stesso affresco con Cristo al centro circondato dagli apostoli Pietro che pesca la moneta a sinistra e Pietro che paga il tributo a destra. Le figure sono monumentali, solide, piantate per terra con un peso fisico che nessun pittore prima era riuscito a rappresentare.
Gli apostoli hanno volti diversi caratterizzati da espressioni individuali non sono tipi generici ma persone specifiche con la loro personalità. I panneggi degli abiti seguono il corpo sottostante rivelando la struttura anatomica e creando pieghe naturali che rispondono alla gravità. La luce proviene da un’unica fonte coerente creando ombre che modellano i volumi e danno profondità alle figure. Il paesaggio sullo sfondo con le colline azzurrine e gli alberi spogli contribuisce a creare un senso di spazio reale.
Un’altra scena straordinaria è quella della Cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso Terrestre. Qui Masaccio raggiunge vette di espressività emotiva mai toccate prima nella pittura. Eva si copre il volto con le mani in un gesto di vergogna e disperazione mentre Adamo si copre gli occhi come per non vedere l’orrore di ciò che ha fatto. I loro corpi sono nudi realistici imperfetti con Eva che ha il ventre leggermente gonfio e le forme di una donna vera non di un’icona idealizzata. Ma è soprattutto il grido silenzioso di Eva quello che ti colpisce al cuore, quella bocca spalancata in un urlo di dolore che sembra risuonare ancora dopo sei secoli.

Il Polittico di Pisa: Un Capolavoro Smembrato
Nel 1426 Masaccio ricevette una commissione importante per realizzare un grande polittico per la chiesa del Carmine di Pisa. Era un lavoro prestigioso che testimoniava quanto il giovane pittore fosse già apprezzato nonostante la sua età. Il polittico era composto da molte tavole con la Madonna col Bambino al centro circondata da santi e scene della vita di Cristo.
Purtroppo nel corso dei secoli il polittico fu smembrato e le varie parti furono vendute a collezionisti e musei diversi. Oggi i pannelli superstiti sono sparsi tra Londra, Berlino, Napoli e Pisa e ricostruire mentalmente l’opera nella sua interezza è un esercizio affascinante ma malinconico. La tavola centrale con la Madonna col Bambino si trova alla National Gallery di Londra ed è una delle immagini più potenti della maternità mai dipinte.
La Madonna è seduta su un trono massiccio e tiene in grembo un bambino paffuto e realistico che succhia due dita della sua manina. Non c’è nulla di etereo o idealizzato in questa rappresentazione, è una madre vera con un bambino vero. La Madonna ha un volto serio quasi severo, lo sguardo fisso davanti a sé come se già sapesse il destino tragico che attende suo figlio. Il Bambino è dipinto con una tale attenzione anatomica che puoi vedere le pieghe della pelle, le dita paffute, la curva della pancia.
Un’altra parte del polittico che si è conservata è la Crocifissione oggi a Napoli dove Masaccio rappresenta Cristo sulla croce con ai lati la Madonna e San Giovanni in un paesaggio desolato. Anche qui la drammaticità emotiva è palpabile con la Madonna che si torce le mani in un gesto di disperazione contenuta e San Giovanni che alza le braccia al cielo come per chiedere spiegazioni a Dio.
Lo Stile Rivoluzionario: Cosa Rende Masaccio Unico
Ma cosa rende Masaccio così speciale cosa lo distingue dai pittori che lo precedettero e cosa fece sì che la sua influenza si estendesse per secoli. La risposta sta in una serie di innovazioni tecniche e concettuali che lui per primo mise insieme in modo coerente creando un nuovo linguaggio pittorico.
Prima di tutto, Masaccio fu il primo pittore a applicare rigorosamente i principi della prospettiva lineare elaborati da Brunelleschi. Questo gli permise di creare spazi tridimensionali convincenti dove le figure potevano muoversi e respirare non più schiacciate su uno sfondo piatto e dorato come nell’arte medievale.
In secondo luogo, Masaccio comprese l’importanza della luce come elemento modellante. Le sue figure non sono contornate da linee nere come nella pittura gotica, ma emergono dall’oscurità grazie a un sapiente uso del chiaroscuro che crea volume e tridimensionalità. La luce nei suoi dipinti ha una fonte precisa e coerente e le ombre rispondono alle leggi della fisica.
Il terzo elemento rivoluzionario è il realismo anatomico. Masaccio studiò il corpo umano con attenzione scientifica e lo rappresentò con una precisione mai vista prima. I suoi personaggi hanno peso, massa, volume, sono corpi veri che occupano spazio e che puoi immaginare in movimento.
Ma forse l’aspetto più straordinario è la profondità emotiva che Masaccio riesce a conferire ai suoi personaggi. Non sono figure ieratiche e distanti come nell’iconografia bizantina, ma esseri umani con emozioni riconoscibili: paura, vergogna, dolore, disperazione, dignità. Quando guardi i volti dipinti da Masaccio senti che c’è qualcuno lì dentro, qualcuno che pensa e soffre.
La Morte Prematura e l’Eredità Immortale
Nel 1428 Masaccio si recò a Roma forse chiamato da qualche committente per realizzare lavori che oggi sono andati perduti. E lì nella città eterna morì improvvisamente all’età di soli ventisette anni. Le circostanze della sua morte rimangono misteriose, alcuni parlarono di febbre malarica, altri sussurrarono di avvelenamento, ma la verità non la sapremo mai.
Quello che sappiamo è che la sua morte fu un colpo durissimo per l’arte fiorentina. Brunelleschi, che era stato suo amico e maestro, pianse la perdita di quel giovane geniale che aveva portato nella pittura le innovazioni che lui aveva introdotto nell’architettura. Donatello disse che con Masaccio se ne andava uno dei più grandi artisti mai esistiti.
Ma anche se la vita di Masaccio fu brevissima, la sua eredità fu immensa. Tutti i grandi pittori del Rinascimento studiarono le sue opere e impararono da lui. Piero della Francesca prese da Masaccio la monumentalità delle figure e la chiarezza della composizione. Leonardo studiò il suo uso del chiaroscuro e lo portò alle estreme conseguenze con lo sfumato. Michelangelo imparò da lui la forza espressiva dei corpi nudi e la drammaticità delle emozioni. Raffaello assorbì la sua capacità di creare spazi armoniosi e composizioni equilibrate.
Senza Masaccio non ci sarebbe stato il Rinascimento come lo conosciamo o almeno sarebbe stato molto diverso. Lui fu il primo a tradurre in pittura le idee che stavano fermentando nella Firenze del primo Quattrocento: l’umanesimo, il ritorno all’antico, la ricerca della verità naturale, la centralità dell’uomo. Fu il primo a dimostrare che la pittura poteva essere uno strumento conoscitivo per indagare la realtà non solo uno strumento devozionale per elevare l’anima verso Dio.
Visitare le Opere di Masaccio Oggi
Oggi se vuoi immergerti nell’arte di Masaccio devi andare a Firenze dove si concentrano le sue opere più importanti. La Cappella Brancacci nella chiesa di Santa Maria del Carmine è una tappa obbligata e stare lì dentro circondato da quegli affreschi è un’esperienza che ti cambia la percezione dell’arte. L’ingresso è a pagamento e regolamentato per preservare gli affreschi, ma ne vale assolutamente la pena.
Poi c’è la Trinità in Santa Maria Novella, un’altra chiesa stupenda che merita di essere visitata per intero, ma l’affresco di Masaccio è senza dubbio il gioiello più prezioso. Infine agli Uffizi si conservano alcune tavole tra cui la Madonna col Bambino e Sant’Anna insieme a Masolino, un’opera che mostra bene il contrasto tra i due stili.
Per vedere altre opere di Masaccio bisogna viaggiare alla National Gallery di Londra per la Madonna del Polittico di Pisa, al Museo di Capodimonte a Napoli per la Crocifissione alla Gemäldegalerie di Berlino per altre parti del polittico pisano. Sono pezzi sparsi di un puzzle che raccontano la breve ma intensa carriera di un genio assoluto.
Un Genio Immortale
Masaccio visse solo ventisette anni, ma in quel breve arco di tempo riuscì a cambiare per sempre il corso della pittura occidentale. Con poche opere magistrali dimostrò che era possibile rappresentare lo spazio, la luce, il volume e le emozioni umane con una verità mai raggiunta prima. Fu il primo vero pittore del Rinascimento quello che aprì la strada a tutti gli altri.
La sua vita fu un lampo ma la luce che emanò continua a brillare dopo quasi sei secoli e ogni volta che qualcuno si ferma davanti ai suoi affreschi nella Cappella Brancacci o davanti alla Trinità in Santa Maria Novella quella luce torna ad accendersi e Masaccio torna a vivere nelle sue figure monumentali nei suoi volti espressivi nei suoi spazi perfetti. È questo il destino dei veri geni: morire giovani ma vivere per sempre nell’arte che hanno creato.
Articolo pubblicato da Stiletricolore





